Brevi note su Il gusto della vita

perRecensioneIl Gusto della vita è certo un romanzo della memoria e del ricordo.
E’ questa di sicuro la prima impressione che si può avere nel leggere le sue pagine che, del resto, costruiscono un testo articolato a partire da un titolo evidentemente programmatico: la sequenza delle scene in cucina, vero filo conduttore della narrazione, è infatti il cuore pulsante di un romanzo dal forte impatto descrittivo, che vive tra odori e sapori in cucine intime, familiari e sempre frequentate da pietanze diverse, che nella loro stagionalità accompagnano il corso dell’anno e il procedere della vita.
Attorno a questo forte nucleo tematico si snodano con tocchi leggeri le altre vicende, spesso dipinte con pennellate rapide ed essenziali, alla ricerca del solo fatto e di una sintesi evidente ed efficace. Tale strumento è in netto contrasto con la dovizia di particolari che arricchisce invece le scene della cucina, ricche di particolari e di attenzione ai gesti ed agli ingredienti, spesso veri portatori di senso nella narrazione.
In tale ambiente maturano e si svolgono le vite dei protagonisti, con un’attenzione che nel romanzo sembra richiamare la poetica pascoliana per i gesti semplici e le piccole cose, senza però l’ottocentesca chiave di lettura decadente e senza secondi o terzi fini narrativi. In alcuni momenti l’intimità della cucina vuole riecheggiare ambienti ed atmosfere gozzaniane, emergenti nel loro calore umano e nella loro apparente semplicità, ricca sempre di spunti vitali e di profondità esistenziale.
In un fluire dell’esistenza scandito metodicamente dai mesi che si susseguono e danno forma alle stagioni, una sorta di flusso vitale bergsoniano anima la cucina, con prodotti dei campi sempre nuovi ed inesauribili, legati a quella campagna (sempre richiamata) che li produce. Ed infatti questo stretto legame con i cicli naturali che interessano la vita dei campi e che da questo luogo si spostano nella cucina (e quindi nella vita dei protagonisti) ad essere una delle tematiche e delle chiavi di lettura più interessanti del libro, alla riscoperta di una vita scandita dai ritmi della natura e non da quelli del frigorifero, della tv e della chimica sintetica.
Il ritorno all’esistenza più pura ed al suo procedere costante ed irrefrenabile si consuma così nel cibo, vero portatore di valori e di un senso profondo della vita.
La cucina diviene allora il vero ambiente pulsante della casa, dal momento che, così ricca di prodotti mutevoli e preziosi nei loro significati, permette di riscoprire quella sacralità, sia laica che religiosa, insita nel cibo e nella sua preparazione, con quel rispetto per la fatica della produzione che in questo secolo passato è andato spesso a perdersi in modo triste e deleterio.
La riscoperta morbida e nascosta nelle pieghe della narrazione culmina con un ricettario, corpo non certo avulso dalla scrittura romanzata, del quale è anzi complemento necessario ed a suo modo indispensabile.
Da lettore infatti devo ammettere di aver pensato che a un certo punto la narrazione richiedesse da sé davvero qualcosa, ovvero quel corpus normativo che costituisce l’epilogo dedicato alle ricette.
In un testo che va alla ricerca di odori e sapori attraverso la letteratura, un complemento non secondario è così la parte finale, empirica e sperimentale, che permette al lettore quasi di realizzare il romanzo e renderlo vivo in altra forma ed altra veste.

Giuseppe Marras

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